| Riflessioni sulla Sacra Sindone |
Il Vescovo: La Sindone è un dito puntato su ognuno di noi
La Sindone ci provoca ancor prima che per la sua autenticità, per la questione del segno
Va di moda dirsi agnostici, il politicamente corretto in tempi di raffinato laicismo lo impone, cambiano le parole d’ordine: è lecito semmai, come vuole il pensiero debole che “si creda di credere”, quest’anno per il cristiano però c’è una “provocazione” in più e non in chiave spiritualista, si tratta in effetti di un oggetto che pone a tu per tu con la propria fede e con la stessa possibilità di darne ragione: un sudario. Il Vescovo di Como, Mons. Diego Coletti, di ritorno da Torino afferma di questa reliquia “è un dito puntato su ognuno di noi”, è la Sindone che ritrarrebbe il corpo martoriato di Cristo. Non è certo qui in questione l’autenticità o meno della Sindone anche se bisogna dare atto di come gli studi sulla sindone non si siano arrestati e negli anni si sia riusciti a distinguere il sangue arterioso da quello venoso, come pure quello post-mortem. Quanto è espresso dalle parole del Vescovo di Como è un concetto di alto valore pubblico ed anche laico: esso concerne il significato della rappresentazione una questione che riguarda davvero tutto l’Occidente in piena crisi simbolica. Anche se la Sindone fosse un’ingegnosa opera d’arte, rimane sempre aperta la questione del segno, strettamente legata a quell’uomo, Gesù di Nazareth, che è egli stesso segno.
Affermare che la sindone sia in dito puntato su ciascuno di noi, vuol dire attestarne la vitalità simbolica, significa dire: “Attenzione:il suo significato è al di là di un semplice panno”.
Queste categorie non vengono dal nulla, ma sono state elaborate da chi ha creduto in quell’uomo di cui la Sindone è segno, recuperando, certamente, l’antica sapienza pagana, le dottrine aristoteliche e stoiche, ma dando spessore a quell’abbraccio della Trinità che è la struttura portante di ogni mediazione segnica.
La tradizione filosofica della Chiesa, a dispetto della fama dei secoli bui, ha posto le basi per una indagine razionale che potesse rendere conto del perché Dio si sarebbe incarnato, prescindendo dalla sola rivelazione e dalla sola scrittura e cercando con ciò di comprendere come l’invisibile si possa dare nel visibile della carne umana. Anselmo d’Aosta, dopo aver proposto argomenti per provare l’esistenza di Dio scrisse un testo dal titolo Cur Deus Homo?
Il padre del pensiero contemporaneo, che dalla Scolastica voleva prendere distanze, Hegel, nella Fenomenologia dello Spirito, affermava l’importanza storica e concettuale del Sepolcro di Cristo luogo di passaggio di soglia dal concreto all’astratto, dal visibile all’invisibile. Tutto ciò non rientra in una catechesi spicciola e accorata o in uno stralcio da un discorso di apologetica, ma è una domanda che chiunque voglia consapevolmente abitare il presente sapendosi cittadino d’Europa non può non tenere in conto: ne va della stessa ragionevolezza di ogni testimonianza, sia quella dei nostri sensi, sia essa quella della scienza e a maggior ragione quella di Fede.
Non sono dopotutto così determinanti le diatribe circa la realtà della Sindone, sono ben altre le battaglie culturali che ci devono vedere testimoni, oggi sul fronte della credenza: le parole di Chesterton, proprio lui, l’autore dei romanzi gialli di Padre Brown sono più che mai attuali: “un giorno si farà una guerra per affermare che due più due fa due o per dimostrare che questo è un sasso”. E’ proprio il buon senso che si è perso e con esso la facoltà di usare rettamente la ragione. Quel dito puntato su ciascuno di noi, come lo denomina Mons. Coletti, è un incitamento a dire il nostro sì a Cristo, però come uomini concreti, un sì detto con l’anima e il corpo: come veri uomini che di fronte alla ragionevolezza di una testimonianza non si nascondano in vani ragionamenti, ma seguano con lo sguardo, con i propri sensi esterni ed interni il Signore.
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